Coalition Of The Willing – Il cinema on-line: nuovi modelli di distribuzione?

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Logo del documentario "Coalition of the Willing"

“Coalition of the Willing” è un documentario narrativo animato realizzato con la supervisione di Knife Party, realizzato interamente in motion design, grazie alla collaborazione di un complesso team di film maker, videodesigner, animatori e illustratori che hanno lavorato in modo partecipativo con tecniche miste. Animazioni illustrate, 3D, cartoonizzazioni, ecc. E’ assolutamente ben confezionato,  ben strutturato, dai toni surreali e dallo stile raffinato ed efficace. Non voglio però fare un’analisi di stile, che lascio a chi di voi è un nerd del video-design, ma vorrei fare invece una riflessione insieme a voi su una questione: che tipo di posizionamento e pubblico ha un video cinematografico narrativo in rete, come fa soprattutto a raggiungere il pubblico sperato? Quale la distribuzione possibile?

Voglio dire, è da molto che il cinema tenta l’approdo alla rete, e i primi esperimenti di trasposizione del racconto video puramente ripostato su piattaforme di video-sharing sono risultati fallimentari. Zero pubblico, pochi contatti. Ora però iniziano ad essere presenti sulla rete diversi esempi di film ficition o documentari (devo comunque sottolineare la presenza maggiore di quest’ultimo tipo di racconto) che guadagnano popolarità. L’esempio migliore è sicuramente “The Age of Stupid” che vi invito a vedere in quanto esempio eccellente di docu-fiction. Se sta accadendo e i risultati come sembra, sono buoni, qualcosa sta succedendo. Ci sarebbe da chiedersi però cosa. Proviamo.

(la scelta del tema)

Riporto un pezzo di presentazione del progetto direttamente dal suo sito:

‘Coalition of The Willing’ is a film that discusses how we can use new internet technologies to leverage the powers of activists, experts, and ordinary citizens in collaborative ventures to combat climate change. Through analyses of swarm activity and social revolution, ‘Coalition of the Willing’ makes a compelling case for the new online activism and explains how to bring the fight against global warming to the people. As the film tackles the subject of online activism, we decided that the logical home for ‘Coalition of The Willing’ is here online. Between the start of February and the beginning of June 2010, Coalition of the willing was released in sections onto this website. Groups of sections were released roughly every 2-3 weeks, with the final completed film going online at the start of June. This un-conventional release strategy allowed us to build and engage with an audience whilst the film itself was being made. “coalitionfilm” has now become an online environmental brand in itself, with contributors Tweeting and Facebooking every day about issues discussed in the film; environmentalism, open source culture and swarm politics.

Si parla di online activism. La cosa è interessante. Se andiamo ad analizzare le tematiche che i film nascenti in rete utilizzano, sono tutte abbastanza particolari: ad esempio “The Age of Stupid” è un documentario sull’ambiente, “Coalition of the Willing” parla di riscaldamento globale. Ancora uno: “Lemonade” è un documentario sulle crisi creative. Verrebbe da dire in prima battuta che la scelta del tema è coerente con un trend di contenuto: internet è il media dove i gruppi normalmente esclusi dai media tradizionali come movimenti “scomodi” o semplicemente “non di massa” trovano espressione. E’ quindi così un caso che un documentario sull’ambiente trovi espressione proprio in internet? A chi verrebbe in mente di trasmettere in TV broadcast un documentario così di nicchia sulle crisi creative? In rete è possibile.

(essere in rete, non garantisce il pubblico. Serve parlarci…)

Non basta però pubblicare il video sui social network di sharing media come Youtube o Vimeo. La loro presenza di per sé su questo tipo di piattaforme non garantisce la visione. D’altronde sarebbe solo una goccia nell’oceano. Bene, e allora qual è il metodo migliore per la diffusione del video? Sarà incredibile o forse troppo scontato, eppure costituisce un valido metodo per conquistare attenzione, tutto ciò che ha a che fare con la costruzione di relazioni, ciò che Marco Massarotto chiama “Internet PR”: attirare l’attenzione del proprio pubblico all’interno dei luoghi dove questo “bazzica” e attirare l’attenzione delle pubblicazioni digitali e degli opinion leader: è importante parlare direttamente con il proprio pubblico proponendo il proprio lavoro come parte della discussione sulla tematica scelta.

Insomma l’operazione non è solo quella di dire la propria su argomenti dal trend importante, ma sulla rete è essenziale esserci, esporsi, essere trasparenti. Un esempio? “Coalition…” offre il dietro le quinte. E per altro è interessantissimo. Insomma, in rete non basta “dire” come nei media tradizionali. Si viene ascoltati soprattutto se si dialoga. E questo vale anche per il cinema.

(un nuovo modello di distribuzione per il cinema on-line?)

In poche parole il modello che abbiamo tracciato è:

Individuare il contenuto trend – produrre – posizionare il prodotto in rete (preferibilmente con un sito di riferimento stabile che “esploda” il progetto nel totale rendendolo “esposto” al target e aperto al dialogo) – cercare i bacini dove risiede il proprio target – creare relazioni dirette – mettersi in discussione.

Aggiungerei che non basta produrre, ma serve produrre concependo la propria opera come la generazione di un punto di vista. Questo è interessante per il pubblico della rete. a questo tipo di pubblico non interessa lasciarsi guidare, ma vuole sentire la tua e poterti rispondere con la sua. Ma il tuo punto di vista dev’essere profondo, ben argomentato e aperto.

Questo sembra essere il nuovo modello di contenuto e distribuzione del cinema quando si sposta sulla rete.

Quindi cosa sembra si sbagliasse? E’ la solita storia: i media tradizionali entrano in rete pensando che le proprie “logiche” siano universali. Ma la rete è il luogo dell’ascolto. E l’ascolto smonta le logiche della verticalità mass media. E’ un mondo al contrario…

(una nuova dipendenza del cinema dai trend?)

Se questo è vero, se la determinazione del tema dipende molto dai trend della rete, e la sua distribuzione dalla capacità di “infiltrarsi” e diffondersi all’interno di esso, ci si domanda se la libertà tematica della rete non sia solo apparente, ma che in realtà l’obbligo di interessare individuando trend di contenuto non diverrà per gli artisti invece costrittivo. Da un parte la domanda ha una risposta nel marketing, che dice che dove c’è un media (e quindi cultura, al di là del livello) ci sono trend dominanti e non dominanti.

Dall’altra parte però non possiamo ignorare il fatto che la rete è un oceano, che tutti coloro che sono esclusi dai media tradizionali trovano in rete la loro espressione mediatica, e quindi se si sa cercare, al di là che il pubblico che l’artista stia cercando sia grande o piccolo, normalmente in rete, esiste…e non solo: risponde!

Non è il sogno di ogni artista?

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John Titor: la fiction 2.0

John Titor – La fiction 2.0

PREMESSA
Quando si parla di una buona fiction, si parla di un prodotto che ha un ottimo attacco, uno sviluppo interessante e un finale che non poteva essere migliore. Questo secondo le teorie della fiction e della sceneggiatura cinematografica americana tradizionale. La storia di John Titor non è una storia cinematografica, ma di sicuro ha tutte queste componenti. Per di più è sospesa tra finzione e reality, lasciando l’utente tra il sospetto di aver letto qualcosa di palesemente inventato e quello di aver assistito ad una storia vera, anche, magari, razionalmente impossibile. Non a caso parlo di “utente” e non di lettore. Perché? Perché è successo sul web…

LA STORIA
Ma facciamo qualche passo indietro. Per chi non conoscesse l’accaduto, possiamo più o meno riassumerlo così: per 4 mesi, sul forumhttp://bbs.artbell.com, celebre forum dedicato al paranormale, ormai non attivo, dal novembre del 2000 al marzo del 2001, un uomo ha dialogato con utenti registrati al sito, sostenendo di essere un soldato proveniente dal 2036, mandato dai suoi superiori nel 1975 prima e nel 2000 poi, per recuperare informazioni sul passato dell’umanità, a posteriori della III Guerra Mondiale che avrà inizio, stando alle sue indicazioni, nel 2015 a causa di un attacco nucleare della Russia all’America…wow. La trama migliore che abbia mai letto, anche se ricorda un po’ Terminator…

FALSO? VERO? PERO’ VIENE DA CREDERCI…
Gli utenti registrati ne rimangono stregati. C’è da chiedersi come mai, visto che il web non è povero di casi in cui utenti anonimi postano storie ai confini della realtà. Ma la storia che racconta John è differente.

E’ un cocktail perfetto di retorica narrativa: ha il mistero di Nostradamus, il fascino degli scenari post-atomici di “Interceptor”, e la forza del dubbio del possibile di “Ritorno al futuro”. Film che aveva dalla sua la corretta intuizione di parlare di viaggio nel tempo utilizzando la possibile applicazione di una teoria fisica realmente esistente: la teoria di Everett degli universi paralleli; un po’ diverso che parlarne con il raggio trasportatore alla Star Treck…o no?

Ma ciò che colpisce è il modo di raccontare di Titor. Rimane sempre “corretto” nella sua esposizione: non esagera mai, non eccede, e racconta il futuro come naturale evoluzione delle tecnologie presenti senza mai descrivere salti di conoscenza incredibili [a proposito, incredibile la battuta "Qualcuno vuole pop-corn al microonde?" quando gli viene chiesto di nuove armi letali del futuro, facendo riferimento agli studi sulle armi wifi. Indiscrezioni sulle quali siamo venuti a conoscenza solo molto di recente...].

Questo comunque lo allontana dai classici film di fantascienza che mostrano spesso l’irreale e l’irrealizzabile in un puro gioco di fantasia che ha solo un eco di scienza. Questo crea fiducia rafforzata poi da un fattore chiave: Titor non parla di ciò che non sa. Quando la discussione tocca campi in cui lui non si sente un tecnico, dichiara di non poter rispondere perché non in grado. Tutti questi aspetti, anche se solo testuali, conservano addirittura più forza delle “prove” materiali che John porta agli utenti postando immagini del veicolo che permette il viaggio e del suo mondo futuro http://www.johntitor.homepc.it/multimedia_immagini.asp che danno purtroppo una parentesi posticcia alla narrazione, per un’attimo toccando la non credibilità.

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Esempio di foto postata sul blog dal viaggiatore

LA FICTION 2.0: WHAT IS?
Ma arriviamo al punto. Vi invito a leggere una copia della conversazione integrale tradotta in italiano (http://www.johntitor.homepc.it/sitoaltervista.org/italian.asp). Vi renderete conto voi stessi che siamo di fronte ad uno dei più bei romanzi di fantascienza mai scritta. Ma non è questa la cosa particolare.
La cosa interessante è che questa storia non ha un solo autore! La storia nasce nella conversazione tra gli utenti. Sono loro che guidano lo svolgimento, danno gli stimoli per procedere e addirittura le fasi, e ne determinano il climax crescente. Siamo di fronte al primo caso (o uno dei primi, consideriamo che siamo nel 2000) di storia…2.0!

E a dirla tutta ad oggi non conosco un caso di questo genere. Possiamo dire di facebook che in un certo senso è un grande reality, dove le cose interessanti ci sono se accadono ed è comparabile ad una grande puntata televisiva dove le linee narrative sono i racconti di sè dei membri che si intrecciano con la propria sulla linea del tempo, il cui risultato è un Meltin’Pot narrativo. Qui siamo di fronte ad un fenomeno simile dove però , sempre che sia un’invenzione, ad un romanzo costruito in conversazione con trama unica, costruito con le regole della partecipazione del 2.0! Quindi la storia di John Titor è una FICTION 2.0, anzi una SCIENCE FICTION 2.0! E non solo. La fiction 2.0 di Titor è una storia “pervasiva”. Cosa intendiamo con questo termine? Paolo Prestinari ipotizza che con il web 2.0 ha luogo la nascita della “comunicazione pervasiva”: una forma di comunicazione che ha superato la fase dell’integrazione (tutti i mezzi sono coordinati e raccontano il medesimo contenuto) per arrivare alla pervasività (un medesimo contenuto si frammenta nei diversi mezzi, che raccontano una stessa storia ricontestualizzata in base al contesto mediale mantenendo propria identità e sviluppi propri). Questo concetto porta con sé uno stravolgimento per il concetto di contenuto. Ma il contenuto è una storia, è quasi sempre una narrazione quantomeno (pensiamo ai concept che vestono i brand, alle identità delle aziende). Quindi se la comunicazione è pervasiva e il contenuto è pervasivo, di conseguenza anche la storia è pervasiva. Questo cosa significa? Significa che esce dal mezzo su cui è nata per articolarsi su diversi canali, che però possono avere sviluppi propri, mantendo la propria identità di canale e quasi una propria indipendenza.

Come si sviluppa questo nel caso di John Titor? Stiamo a vedere:

A. La storia ha un EPILOGO – CANALE: WEB
La storia di John Titor ha continuato a vivere per molto tempo tra gli utenti che hanno vissuto live la sua presenza. Ne teniamo traccia su web-archive http://web.archive.org/web/20010405011723/bbs.artbell.com/forumdisplay.php?forumid=25.

Ne nascono ipotesi sul mondo del futuro di John, creando nuove ipotesi e quindi nuove storie, similmente agli spin-off dei serial TV in cui si racconta, ad esempio, la storia del figlio di superman.

B. La storia interroga la realtà che viene letta con un occhio particolare: la storia provoca una nuova dimensione della realtà – la realtà attuale riletta in chiave narrativa. CANALE: Tra web e realtà
Sul sito ufficiale http://www.johntitor.com/, i curatori tengono d’occhio gli eventi di cronaca attuale per vedere in essi le premesse dell’avverazione delle previsioni di Titor, rafforzando la storia raccontata, riesumandola e rendendola ancora attuale nel presente (a distanza di 8 anni!).

C. L’esigenza di raccontare il non-visto superando il limite del testo. CANALE: Video su web
Su Youtube si vedono dei probabili falsi della partenza di John Titor dalla nostra dimensione:

D. Immissione nell’immaginario collettivo. CANALE: Cinema

Al cinema nasce naturalmente il film di John Titor, com’era prevedibile. E l’attesa è molto molto alta. John Titor è una “storia pervasiva”. Non ha una sola fruizione, e nei suoi molteplici canali in cui sopravvive non ha una un medesimo contenuto, facendo saltare l’utente da un mezzo all’altro, dal web alla TV, dal forum a Youtube fino al Cinema. Ma mai risentendo la stessa storia, ma ogni volta scoprendone aspetti nuovi, quasi nuovi episodi o frammenti di non-visto. Tutto figlio di un medesimo soggetto, che potremmo provare a scrivere così: “John Titor è stato inviato nel 1975 per recuperare informazioni e altri oggetti necessari nel suo tempo le cui caratterisiche tecniche sono utili. Ma sulla via del ritorno John si decise di rimanere nel 1999 per ben tre anni. Una promessa per qualcuno incontrato nel 1975?”. E se non fosse vero? Se fosse un grande caso di Viral perfettamente architettato? Il bambino che c’è dentro di noi, vorrebbe che fosse tutto vero. E l’autore della storia ha deciso di lasciarci sognare. Grazie mille.

PER APPROFONDIRE

The company P

E’ interessante notare la nascita nello scenario internazionale di compagnia che fanno dello storytelling il proprio core-business. Company P è forse il caso più interessante di questo tipo di compagnie. Svedese, nasce nel 2006 da Christopher Sandberg (proveniente dal mondo della produzione TV) e Mike Pohjola (scrittore). La “P” è la lettera chiave che esprime gli elementi fondanti della loro attività: “People”, “Partecipate”, “Playful”, “Pervasive”.

The Company P - intro al sito web della compagnia

The Company P - intro al sito web della compagnia

Cosa fanno nella pratica? La loro attività si fonda sulla capacità di aver portato l’UGC sui media tradizionali, creando veri e propri “drama” interattivi e cross-mediali, in grado di funzionare in TV, sulla rete e in grado di portare il pubblico in strada per diventare protagonista di un vero e proprio gioco di ruolo legato alla fiction TV. I nomi nel loro showreel? Swedish Television, FOX… Quindi lo storytelling può diventare davvero un business assestante slegato dalle agenzie di advertising e multicanale. Succederà anche in Italia?

Posto di seguito il loro lavoro di esordio: “The truth about Marika”.

Sito della compagnia:
www.thecompanyp.com