Coalition Of The Willing – Il cinema on-line: nuovi modelli di distribuzione?
13 luglio 2010 Lascia un commento
“Coalition of the Willing” è un documentario narrativo animato realizzato con la supervisione di Knife Party, realizzato interamente in motion design, grazie alla collaborazione di un complesso team di film maker, videodesigner, animatori e illustratori che hanno lavorato in modo partecipativo con tecniche miste. Animazioni illustrate, 3D, cartoonizzazioni, ecc. E’ assolutamente ben confezionato, ben strutturato, dai toni surreali e dallo stile raffinato ed efficace. Non voglio però fare un’analisi di stile, che lascio a chi di voi è un nerd del video-design, ma vorrei fare invece una riflessione insieme a voi su una questione: che tipo di posizionamento e pubblico ha un video cinematografico narrativo in rete, come fa soprattutto a raggiungere il pubblico sperato? Quale la distribuzione possibile?
Voglio dire, è da molto che il cinema tenta l’approdo alla rete, e i primi esperimenti di trasposizione del racconto video puramente ripostato su piattaforme di video-sharing sono risultati fallimentari. Zero pubblico, pochi contatti. Ora però iniziano ad essere presenti sulla rete diversi esempi di film ficition o documentari (devo comunque sottolineare la presenza maggiore di quest’ultimo tipo di racconto) che guadagnano popolarità. L’esempio migliore è sicuramente “The Age of Stupid” che vi invito a vedere in quanto esempio eccellente di docu-fiction. Se sta accadendo e i risultati come sembra, sono buoni, qualcosa sta succedendo. Ci sarebbe da chiedersi però cosa. Proviamo.
(la scelta del tema)
Riporto un pezzo di presentazione del progetto direttamente dal suo sito:
| ‘Coalition of The Willing’ is a film that discusses how we can use new internet technologies to leverage the powers of activists, experts, and ordinary citizens in collaborative ventures to combat climate change. Through analyses of swarm activity and social revolution, ‘Coalition of the Willing’ makes a compelling case for the new online activism and explains how to bring the fight against global warming to the people. As the film tackles the subject of online activism, we decided that the logical home for ‘Coalition of The Willing’ is here online. Between the start of February and the beginning of June 2010, Coalition of the willing was released in sections onto this website. Groups of sections were released roughly every 2-3 weeks, with the final completed film going online at the start of June. This un-conventional release strategy allowed us to build and engage with an audience whilst the film itself was being made. “coalitionfilm” has now become an online environmental brand in itself, with contributors Tweeting and Facebooking every day about issues discussed in the film; environmentalism, open source culture and swarm politics. |
Si parla di online activism. La cosa è interessante. Se andiamo ad analizzare le tematiche che i film nascenti in rete utilizzano, sono tutte abbastanza particolari: ad esempio “The Age of Stupid” è un documentario sull’ambiente, “Coalition of the Willing” parla di riscaldamento globale. Ancora uno: “Lemonade” è un documentario sulle crisi creative. Verrebbe da dire in prima battuta che la scelta del tema è coerente con un trend di contenuto: internet è il media dove i gruppi normalmente esclusi dai media tradizionali come movimenti “scomodi” o semplicemente “non di massa” trovano espressione. E’ quindi così un caso che un documentario sull’ambiente trovi espressione proprio in internet? A chi verrebbe in mente di trasmettere in TV broadcast un documentario così di nicchia sulle crisi creative? In rete è possibile.
(essere in rete, non garantisce il pubblico. Serve parlarci…)
Non basta però pubblicare il video sui social network di sharing media come Youtube o Vimeo. La loro presenza di per sé su questo tipo di piattaforme non garantisce la visione. D’altronde sarebbe solo una goccia nell’oceano. Bene, e allora qual è il metodo migliore per la diffusione del video? Sarà incredibile o forse troppo scontato, eppure costituisce un valido metodo per conquistare attenzione, tutto ciò che ha a che fare con la costruzione di relazioni, ciò che Marco Massarotto chiama “Internet PR”: attirare l’attenzione del proprio pubblico all’interno dei luoghi dove questo “bazzica” e attirare l’attenzione delle pubblicazioni digitali e degli opinion leader: è importante parlare direttamente con il proprio pubblico proponendo il proprio lavoro come parte della discussione sulla tematica scelta.
Insomma l’operazione non è solo quella di dire la propria su argomenti dal trend importante, ma sulla rete è essenziale esserci, esporsi, essere trasparenti. Un esempio? “Coalition…” offre il dietro le quinte. E per altro è interessantissimo. Insomma, in rete non basta “dire” come nei media tradizionali. Si viene ascoltati soprattutto se si dialoga. E questo vale anche per il cinema.
(un nuovo modello di distribuzione per il cinema on-line?)
In poche parole il modello che abbiamo tracciato è:
Individuare il contenuto trend – produrre – posizionare il prodotto in rete (preferibilmente con un sito di riferimento stabile che “esploda” il progetto nel totale rendendolo “esposto” al target e aperto al dialogo) – cercare i bacini dove risiede il proprio target – creare relazioni dirette – mettersi in discussione.
Aggiungerei che non basta produrre, ma serve produrre concependo la propria opera come la generazione di un punto di vista. Questo è interessante per il pubblico della rete. a questo tipo di pubblico non interessa lasciarsi guidare, ma vuole sentire la tua e poterti rispondere con la sua. Ma il tuo punto di vista dev’essere profondo, ben argomentato e aperto.
Questo sembra essere il nuovo modello di contenuto e distribuzione del cinema quando si sposta sulla rete.
Quindi cosa sembra si sbagliasse? E’ la solita storia: i media tradizionali entrano in rete pensando che le proprie “logiche” siano universali. Ma la rete è il luogo dell’ascolto. E l’ascolto smonta le logiche della verticalità mass media. E’ un mondo al contrario…
(una nuova dipendenza del cinema dai trend?)
Se questo è vero, se la determinazione del tema dipende molto dai trend della rete, e la sua distribuzione dalla capacità di “infiltrarsi” e diffondersi all’interno di esso, ci si domanda se la libertà tematica della rete non sia solo apparente, ma che in realtà l’obbligo di interessare individuando trend di contenuto non diverrà per gli artisti invece costrittivo. Da un parte la domanda ha una risposta nel marketing, che dice che dove c’è un media (e quindi cultura, al di là del livello) ci sono trend dominanti e non dominanti.
Dall’altra parte però non possiamo ignorare il fatto che la rete è un oceano, che tutti coloro che sono esclusi dai media tradizionali trovano in rete la loro espressione mediatica, e quindi se si sa cercare, al di là che il pubblico che l’artista stia cercando sia grande o piccolo, normalmente in rete, esiste…e non solo: risponde!
Non è il sogno di ogni artista?





