Jonathan Horowitz: cultura di massa e arte contemporanea
23 luglio 2010 Lascia un commento
Esiste un collegamento tra arte contemporanea, cultura di massa e politica?
La maggior parte degli intellettuali risponderebbe di no e anch’io, sebbene cerchi di ripulire la mia mente da snobismi ed elitarismi di ogni sorta, fatico a rispondere positivamente.
Pare che oltreoceano, stando alle affermazioni e alle riflessioni contenute nei lavori dell’artista americano Jonathan Horowitz, non sia così e che effettivamente, dopo la Pop Art di Andy Warhol, ci sia ancora spazio per praticare un’arte “popolare” che utilizzi gli stilemi della televisione (il mass media più diffuso e seguito nella società contemporanea) e si colleghi alle grandi tematiche politiche odierne (laddove politico è inteso nel senso aristotelico, cioè “che ha a che fare con la comunità”), senza scadere nella ripresa di temi e modi della celebre corrente degli anni 60.
In una delle sue ultime personali, nel 2009 al Museum Ludwig di Colonia, Jonathan Horowitz ha presentato un video, Apocalypto Now, che testimonia in maniera esemplare questa connivenza tra arte, politica e linguaggio televisivo/cinematografico. Le immagini apocalittiche di catastrofi naturali e umane trasmesse dai telegiornali (attacco alle Torri Gemelle, tsunami, incendi e terremoti) sono state mescolate dall’artista con altre provenienti da film catastrofisti hollywoodiani e sono collegate tra loro dalla figura di Mel Gibson, autore e interprete di film in cui il sentimento religioso si lega in maniera indissolubile e compiaciuto alla violenza. Il tutto è montato come un documentario sul cambiamento climatico e attira l’attenzione sul linguaggio legato alla catastrofe intesa come intrattenimento (film di Hollywood) e come attualità.
Nella sua personale dell’inverno del 2008 alla Gavin Brown (New York), Horowitz ha proposto invece un’intera mostra legata alla campagna elettorale che infiammava l’America proprio nello stesso periodo. Negli spazi della galleria, addobbata come un qualsiasi comitato elettorale pro-Obama (con tanto di palloncini tricolori, ritratti del candidato e manifesti elettorali), l’artista aveva disposto un grande schermo televisivo su cui i visitatori potevano seguire i risultati delle elezioni in tempo reale. In questo caso non si tratta più di riproporre con i codici della comunicazione di massa un messaggio di ordine politico, critico o di adesione. Questo cortocircuito tra l’arte e tutti i simboli della società di massa (di cui consumismo e politica fanno parte sullo stesso piano) era già ampiamente presente quant’anni fa nei ritratti serigrafati di Andy Warhol, nei collage di James Rosenquist o nelle composizioni di Tom Wesselmann.
Il contributo di Jonathan Horowitz è di realizzare questo connubio tra arte e comunicazione di massa proprio nel momento in cui questa si svolge e in particolare per mezzo di un evento di fondamentale importanza sul piano politico. È la messa in evidenza di un rapporto stretto tra arte e realtà. Quello che l’artista newyorkese ci vuole comunicare è che l’arte contemporanea costituisce tuttora uno strumento di critica (positiva o negativa) ad un potere politico e lo può fare anche utilizzando dei mezzi “popolari” come le immagini dei tg o dei film hollywoodiani, accessibili a milioni di spettatori nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. E se la televisione riuscisse nell’intento di mediare (e quindi diffondere democraticamente) l’arte contemporanea più di tanti programmi pedagogici messi in atto da musei e centri d’arte?







