Jonathan Horowitz: cultura di massa e arte contemporanea

Esiste un collegamento tra arte contemporanea, cultura di massa e politica?
La maggior parte degli intellettuali risponderebbe di no e anch’io, sebbene cerchi di ripulire la mia mente da snobismi ed elitarismi di ogni sorta, fatico a rispondere positivamente.
Pare che oltreoceano, stando alle affermazioni e alle riflessioni contenute nei lavori dell’artista americano Jonathan Horowitz, non sia così e che effettivamente, dopo la Pop Art di Andy Warhol, ci sia ancora spazio per praticare un’arte “popolare” che utilizzi gli stilemi della televisione (il mass media più diffuso e seguito nella società contemporanea) e si colleghi alle grandi tematiche politiche odierne (laddove politico è inteso nel senso aristotelico, cioè “che ha a che fare con la comunità”), senza scadere nella ripresa di temi e modi della celebre corrente degli anni 60.

In una delle sue ultime personali, nel 2009 al Museum Ludwig di Colonia, Jonathan Horowitz ha presentato un video, Apocalypto Now, che testimonia in maniera esemplare questa connivenza tra arte, politica e linguaggio televisivo/cinematografico. Le immagini apocalittiche di catastrofi naturali e umane trasmesse dai telegiornali (attacco alle Torri Gemelle, tsunami, incendi e terremoti) sono state mescolate dall’artista con altre provenienti da film catastrofisti hollywoodiani e sono collegate tra loro dalla figura di Mel Gibson, autore e interprete di film in cui il sentimento religioso si lega in maniera indissolubile e compiaciuto alla violenza. Il tutto è montato come un documentario sul cambiamento climatico e attira l’attenzione sul linguaggio legato alla catastrofe intesa come intrattenimento (film di Hollywood) e come attualità.

Jonathan Horowitz, Obama '08, mostra alla Gavin Brown Enterprise, New York

Nella sua personale dell’inverno del 2008 alla Gavin Brown (New York), Horowitz ha proposto invece un’intera mostra legata alla campagna elettorale che infiammava l’America proprio nello stesso periodo. Negli spazi della galleria, addobbata come un qualsiasi comitato elettorale pro-Obama (con tanto di palloncini tricolori, ritratti del candidato e manifesti elettorali), l’artista aveva disposto un grande schermo televisivo su cui i visitatori potevano seguire i risultati delle elezioni in tempo reale. In questo caso non si tratta più di riproporre con i codici della comunicazione di massa un messaggio di ordine politico, critico o di adesione. Questo cortocircuito tra l’arte e tutti i simboli della società di massa (di cui consumismo e politica fanno parte sullo stesso piano) era già ampiamente presente quant’anni fa nei ritratti serigrafati di Andy Warhol, nei collage di James Rosenquist o nelle composizioni di Tom Wesselmann.
Il contributo di Jonathan Horowitz è di realizzare questo connubio tra arte e comunicazione di massa proprio nel momento in cui questa si svolge e in particolare per mezzo di un evento di fondamentale importanza sul piano politico. È la messa in evidenza di un rapporto stretto tra arte e realtà. Quello che l’artista newyorkese ci vuole comunicare è che l’arte contemporanea costituisce tuttora uno strumento di critica (positiva o negativa) ad un potere politico e lo può fare anche utilizzando dei mezzi “popolari” come le immagini dei tg o dei film hollywoodiani, accessibili a milioni di spettatori nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. E se la televisione riuscisse nell’intento di mediare (e quindi diffondere democraticamente) l’arte contemporanea più di tanti programmi pedagogici messi in atto da musei e centri d’arte?

Profondo Rosso, Alphaville, The Wild Blue Yonder: raccontare l’invisibile.

Se dico “questa è la Fontana di Trevi di Roma” tenendo in mano la foto della Fontana del Po, in Piazza C.L.N. di Torino, voi come reagireste?

Fontana del Po - P.za CLN di Torino

Ci sono due ipotesi. La prima potrebbe essere di smettere di leggere questo articolo. La seconda è che, se vi lasciate un po’ andare, potreste scoprire che sopportare questa distonia tra ciò che avete in mente e ciò che vedete, potrebbe rivelare una terza dimensione che non avevate mai contemplato. Strano? Inutile? Vediamo.

Questa è la scena più famosa di uno dei film più famosi degli anni ’70. Profondo Rosso. David Hammings assiste all’omicidio della parapsicologa. La scena è girata proprio in piazza C.L.N. a Torino, sullo sfondo la Fontana del Po che avete visto in foto.

Eppure il protagonista dice di aver suonato in un locale Jazz a Fontana di Trevi. Quando il vostro occhio non riconosce la piazza di Roma, ma un luogo simile a cui la vostra mente è costretta a dare un nome a cui non è abituata cosa accade? Non è una strana sensazione?

La linguistica di de Saussure ci dice che la lingua si basa su due elementi: il significante e il significato. Il significante è la dimensione visibile di un concetto (significato). Ad esempio il significante del significato “sedia” è la sedia in sé oppure un disegno di questa. L’alfabeto è la scomposizione dei significanti base dei suoni che emette la nostra voce.
Ora, se proviamo quindi a fare questo gioco, in cui ad un significato associamo un significante differente, quello che si crea è una sorta di dialettica tra questi due elementi, il cui dialogo produce un terzo livello. Una sorta di interpretazione dove risiede in realtà un livello di significato in più.

Potremmo dire la lente del regista, del narratore, che attraverso i suoi occhi, vi fa vedere la fontana di Trevi trasformata nelle linee dure della Fontana del Po di Torino. Nessuno ha costruito una scenografia. Nessuno ha ridisegnato le linee morbide della Fontana di Trevi. E’ la vostra mente, a creare una “terra di mezzo” del significato dove l’invisibile dell’interpretazione si annida. Voi non state guardando il film nella sua oggettività. Ma siete costretti ad essere in quel momento totalmente soggettivi e a chiedervi “E se Roma fosse davvero così? Perché la sto vedendo così? Cosa l’ha squadrata?”. E a rendervi conto che è la vostra mente a farlo.

Dario Argento non è l’unico ad aver tentato questa via di narrazione. Di sicura più grande popolarità è il tentativo di Godard in Alphaville, in cui si parla di futuro, di basi lunari, di extraterrestri, ma ciò che vediamo è solo Parigi deserta alle 6 del mattino (momento scelto dal regista per le riprese in esterna per ottenere gli scenari di una città spopolata), edifici modernisti e personaggi vestiti in stile noir. Non è geniale?

E ancora, Werner Herzog costruisce, in The Wild Blue Yonder, un vero e proprio film di fantascienza utilizzando il racconto di un alieno, Brad Dourif, giunto sulla terra da Andromeda, che racconta il suo pianeta agli umani immerso in uno scenario terrestre desolato e immagini di repertorio: i fondali del Polo Sud, missioni spaziali, clip delle prove di volo dei primi aereomobili ecc, creando uno strano contrasto tra testo e visione.

Raccontare nella sua più alta essenza, forse, non è quindi rendere evidente il mondo della fantasia. Ma trovare il modo di renderlo assente e risvegliarlo agli occhi della mente.

Coalition Of The Willing – Il cinema on-line: nuovi modelli di distribuzione?

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Logo del documentario "Coalition of the Willing"

“Coalition of the Willing” è un documentario narrativo animato realizzato con la supervisione di Knife Party, realizzato interamente in motion design, grazie alla collaborazione di un complesso team di film maker, videodesigner, animatori e illustratori che hanno lavorato in modo partecipativo con tecniche miste. Animazioni illustrate, 3D, cartoonizzazioni, ecc. E’ assolutamente ben confezionato,  ben strutturato, dai toni surreali e dallo stile raffinato ed efficace. Non voglio però fare un’analisi di stile, che lascio a chi di voi è un nerd del video-design, ma vorrei fare invece una riflessione insieme a voi su una questione: che tipo di posizionamento e pubblico ha un video cinematografico narrativo in rete, come fa soprattutto a raggiungere il pubblico sperato? Quale la distribuzione possibile?

Voglio dire, è da molto che il cinema tenta l’approdo alla rete, e i primi esperimenti di trasposizione del racconto video puramente ripostato su piattaforme di video-sharing sono risultati fallimentari. Zero pubblico, pochi contatti. Ora però iniziano ad essere presenti sulla rete diversi esempi di film ficition o documentari (devo comunque sottolineare la presenza maggiore di quest’ultimo tipo di racconto) che guadagnano popolarità. L’esempio migliore è sicuramente “The Age of Stupid” che vi invito a vedere in quanto esempio eccellente di docu-fiction. Se sta accadendo e i risultati come sembra, sono buoni, qualcosa sta succedendo. Ci sarebbe da chiedersi però cosa. Proviamo.

(la scelta del tema)

Riporto un pezzo di presentazione del progetto direttamente dal suo sito:

‘Coalition of The Willing’ is a film that discusses how we can use new internet technologies to leverage the powers of activists, experts, and ordinary citizens in collaborative ventures to combat climate change. Through analyses of swarm activity and social revolution, ‘Coalition of the Willing’ makes a compelling case for the new online activism and explains how to bring the fight against global warming to the people. As the film tackles the subject of online activism, we decided that the logical home for ‘Coalition of The Willing’ is here online. Between the start of February and the beginning of June 2010, Coalition of the willing was released in sections onto this website. Groups of sections were released roughly every 2-3 weeks, with the final completed film going online at the start of June. This un-conventional release strategy allowed us to build and engage with an audience whilst the film itself was being made. “coalitionfilm” has now become an online environmental brand in itself, with contributors Tweeting and Facebooking every day about issues discussed in the film; environmentalism, open source culture and swarm politics.

Si parla di online activism. La cosa è interessante. Se andiamo ad analizzare le tematiche che i film nascenti in rete utilizzano, sono tutte abbastanza particolari: ad esempio “The Age of Stupid” è un documentario sull’ambiente, “Coalition of the Willing” parla di riscaldamento globale. Ancora uno: “Lemonade” è un documentario sulle crisi creative. Verrebbe da dire in prima battuta che la scelta del tema è coerente con un trend di contenuto: internet è il media dove i gruppi normalmente esclusi dai media tradizionali come movimenti “scomodi” o semplicemente “non di massa” trovano espressione. E’ quindi così un caso che un documentario sull’ambiente trovi espressione proprio in internet? A chi verrebbe in mente di trasmettere in TV broadcast un documentario così di nicchia sulle crisi creative? In rete è possibile.

(essere in rete, non garantisce il pubblico. Serve parlarci…)

Non basta però pubblicare il video sui social network di sharing media come Youtube o Vimeo. La loro presenza di per sé su questo tipo di piattaforme non garantisce la visione. D’altronde sarebbe solo una goccia nell’oceano. Bene, e allora qual è il metodo migliore per la diffusione del video? Sarà incredibile o forse troppo scontato, eppure costituisce un valido metodo per conquistare attenzione, tutto ciò che ha a che fare con la costruzione di relazioni, ciò che Marco Massarotto chiama “Internet PR”: attirare l’attenzione del proprio pubblico all’interno dei luoghi dove questo “bazzica” e attirare l’attenzione delle pubblicazioni digitali e degli opinion leader: è importante parlare direttamente con il proprio pubblico proponendo il proprio lavoro come parte della discussione sulla tematica scelta.

Insomma l’operazione non è solo quella di dire la propria su argomenti dal trend importante, ma sulla rete è essenziale esserci, esporsi, essere trasparenti. Un esempio? “Coalition…” offre il dietro le quinte. E per altro è interessantissimo. Insomma, in rete non basta “dire” come nei media tradizionali. Si viene ascoltati soprattutto se si dialoga. E questo vale anche per il cinema.

(un nuovo modello di distribuzione per il cinema on-line?)

In poche parole il modello che abbiamo tracciato è:

Individuare il contenuto trend – produrre – posizionare il prodotto in rete (preferibilmente con un sito di riferimento stabile che “esploda” il progetto nel totale rendendolo “esposto” al target e aperto al dialogo) – cercare i bacini dove risiede il proprio target – creare relazioni dirette – mettersi in discussione.

Aggiungerei che non basta produrre, ma serve produrre concependo la propria opera come la generazione di un punto di vista. Questo è interessante per il pubblico della rete. a questo tipo di pubblico non interessa lasciarsi guidare, ma vuole sentire la tua e poterti rispondere con la sua. Ma il tuo punto di vista dev’essere profondo, ben argomentato e aperto.

Questo sembra essere il nuovo modello di contenuto e distribuzione del cinema quando si sposta sulla rete.

Quindi cosa sembra si sbagliasse? E’ la solita storia: i media tradizionali entrano in rete pensando che le proprie “logiche” siano universali. Ma la rete è il luogo dell’ascolto. E l’ascolto smonta le logiche della verticalità mass media. E’ un mondo al contrario…

(una nuova dipendenza del cinema dai trend?)

Se questo è vero, se la determinazione del tema dipende molto dai trend della rete, e la sua distribuzione dalla capacità di “infiltrarsi” e diffondersi all’interno di esso, ci si domanda se la libertà tematica della rete non sia solo apparente, ma che in realtà l’obbligo di interessare individuando trend di contenuto non diverrà per gli artisti invece costrittivo. Da un parte la domanda ha una risposta nel marketing, che dice che dove c’è un media (e quindi cultura, al di là del livello) ci sono trend dominanti e non dominanti.

Dall’altra parte però non possiamo ignorare il fatto che la rete è un oceano, che tutti coloro che sono esclusi dai media tradizionali trovano in rete la loro espressione mediatica, e quindi se si sa cercare, al di là che il pubblico che l’artista stia cercando sia grande o piccolo, normalmente in rete, esiste…e non solo: risponde!

Non è il sogno di ogni artista?

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The Cinematic Orchestra – Lilac Wine – Riflessione su estetica & comunicazione

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Lilac Wine, clip musicale prodotta in motion design da BL:ND (Los Angeles), diretta da Vanessa Marzaroli. Una clip che dà lo spunto per una riflessione estetica: un’opera di comunicazione (e quindi non strettamente artistica) come un videoclip può essere realizzata in una forma in grado di comunicare poesia?


Poesia reale, intendiamo. Anche nel momento in cui si persegue uno scopo commerciale, come quello appunto di questa clip: partecipare all’operazione di brand identity Dr.Martens 50, in cui il colosso della calzatura ha chiesto a diversi artisti musicali e visuali di realizzare una propria versione audio e video di un grande classico a scelta della storia della musica?

Intanto dategli un occhio. E non negatevi il testo. Che per altro, è meraviglioso.

Prima di iniziare il nostro ragionamento, qualche notizia di scenario. Lilac Wine ha una sua storia lunga e curiosa. Scritta e interpretata da James Shelton nel 1950, passa poi di artista in artista in forma di cover: Eartha Kitt, Judy Henske , Nina Simone, per poi approdare ai due interpreti che sono riusciti a dare fama mondiale al pezzo: Elkie Brooks (Pearls, 1981) e Jeff Buckley (Grace, 1994). La versione che ascoltiamo in questa clip è quella di una nuova cover di The Cinematic Orchestra realizzata ad hoc per Dr.Martens. (A proposito, prima di proseguire nell’articolo, non riesco a non cedere alla tentazione di regalarvi il backstage della realizzazione del pezzo da parte di The Cinematic Orchestra, in cui sono incappato su youtube).

Il video è realizzato magistralmente. Il tema del testo, basato su una pena d’amore è seguito nella forma strettamente. In primo luogo dall’utilizzo della metafora fil-rouge: il volatile, da sempre simbolo dell’amore, della fragilità è l’elemento che guida il video. Poi una serie di metafore secondarie: il pavone, (la vanità), il viso che lacrima (la tristezza), il pesce (la solitudine)… Poi la narrazione di secondo livello, la forma video: il tema della “trasformazione” utilizzata come transizione tra una scena e l’altra rappresenta perfettamente l’idea di “flow” del pensiero, il continuo fluire del dolore. La leggerezza del video e del tratto cercano la leggerezza come il cuore di chi canta la sua disperazione.

Sul tratto, in particolare, meravigliosa la scelta dello stile della calligrafia spenceriana. Il perchè della scelta credo dipenda dalla volontà di utilizzare la calligrafia a mano perchè è quella che tradizionalmente viene usata nella scrittura di una lettera d’amore o di una poesia, il che completa il cerchio di aderenza al contenuto del testo.

(estetica – un salto in rete)

Bene. Volevo iniziare questo articolo indagando quale tipo di concetto di estetica esiste nella nostra contemporaneità. Ho fatto un gioco. Ho pensato che il modo migliore e più istintivo per comprendere cosa la nostra società pensa dell’estetica, potevo in qualche modo dedurlo dalla rete. Ecco i risultati della mia ricerca.

A parte Wikipedia, ci sono diversi risultati interessanti. Intanto il sito con il maggior ranking è www. estetica.it: un intero portale su acconciature, beautyshop e tutto ciò che afferisca al mondo della cura e cultura del corpo. Seguono i siti di chirurgia estetica e figura solo in decima posizione il sito di siestetica, società italiana per i cultori dell’estetica come disciplina filosofica. Facciamo lo stesso esercizio filtrando per video: lezioni di manicure e pedicure. Se filtriamo per immagini? Spa, donne e asciugamani, visi con creme, massaggi. Questo cosa significa?

(cosa significa? un aiuto dalla psicologia cognitiva)

La psicologia cognitiva ci dà un insegnamento: ci dice che la nostra mente costruisce mappe concettuali per orientarci nella realtà. E dice una cosa interessante a proposito riguardo all’associazione visiva dei concetti. Ci racconta che nel momento in cui nominiamo la parola “sedia”, ci verrà in mente ciò che per la nostra storia personale abbiamo legato al concetto di “sedia”. Ad esempio quella dove si sedeva nostro nonno quando ci teneva sulle gambe, se siete romantici, oppure quella particolare sedia vista al salone del mobile, se siete appassionati di design. A me, ad esempio viene in mente la sedia di legno del liceo…mah. E non vi parlo di “bella donna”, qui sarebbe imbarazzante…

Bene, se tutto ciò è vero, e se vero è che la rete è una trasposizione virtuale di una mappa concettuale globale, allora l’immagine contemporanea legata al concetto di estetica, ad oggi, si lega più o meno a suggestioni di questi tipo:

(estetica – facciamo un passo indietro…)

Ora finalmente possiamo tornare a quel risultato di Google che abbiamo volontariamente ignorato: wikipedia. L’estetica, lo sappiamo, è una branca della filosofia. Ma forse dobbiamo ricordare qual’è stato il percorso concettuale di questa scienza. Perchè in esso si ritrova in senso di questa, e soprattutto la risposta alla nostra domanda. Personalmente non mi occupo di filosofia ma se volessi a grande linee andare a cercare il concetto utile per rispondere al quesito posto, direi che lo si trova in due punti principali della storia della Filosofia: nella Poetica di Aristotele che vede l’estetica come rappresentazione dell’idea interiore, atto proprio dell’arte che non solo procura diletto all’uomo, ma da cui l’uomo stesso trae insegnamento attraverso i sensi; e poi nell’illuminismo, nel pensiero di Diderot che racconta il senso estetico e la bellezza come il frutto di un “rapporto” tra l’oggetto artistico e chi lo percepisce con la propria sensibilità individuale.

Ciò che vedo di diverso tra questo e la foto della Spa, è che in qualche modo l’estetica, non è un concetto narcisista. Non si richiude sul corpo, ma comunica significati profondi, non attraverso una comunicazione diretta della parola e del dialogo, ma attraverso il modo silenzioso della forma. Che non racconta sè stessa. Ma ciò che rappresenta.Vi sembra simile a ciò che comunica il corpo di una donna avvolta in un’asciugamano bianco adagiata in una sauna?

(estetica e comunicazione: si può fare poesia con la comunicazione commerciale?)

Non ci resta che fare un sillogismo. Se è vero che l’estetica è la comunicazione di un contenuto attraverso la forma, allora è sufficiente comprendere che la comunicazione commerciale dovrebbe soffermarsi a ragionare su qual’è il contenuto profondo che sta comunicando, quale l’aspetto umano e poetico, alto, elaborarne una forma in grado di catturarne la sostanza profonda da tutti i punti di vista, costruendo così forma più coerente per parlare ai sensi.

Sì è possibile.

E il cliente? E il budget? Ok ok…Ma questa è un’altra storia…

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Zinédine Zidane – Un ritratto del XXI° secolo

In tempi di mondiali, non potevo non dedicare un post ad un film che ha fatto molto notizia, 4 anni fa, in particolare in Francia (dove, all’epoca, vivevo): “Zidane: un portrait du XXIème siècle”, firmato da due big dell’arte contemporanea, l’inglese Douglas Gordon e il francese Philippe Parreno.

Il titolo non fa certo giustizia ad un film che non è un’esaltazione dell’ex-capitano della nazionale francese, né la ripresa integrale di una partita di campionato, quanto piuttosto una riflessione sulla plasticità del giocatore.

Il protagonista è naturalmente Zinedine Zidane, ma potrebbe essere un qualsiasi altro sportivo impegnato in una performance fisica, così come un artista che presenta un’azione performativa nel quadro di un museo o una galleria. Le telecamere non sono puntate sul pallone, come in una normale ripresa sportiva, non seguono il gioco costruendo (con la voce del telecronista) una tensione legata all’incertezza del risultato, ma descrivono con attenzione ossessiva i movimenti di un unico giocatore, nei momenti di azione e in quelli di attesa e riposo. Ecco cosa intendevo per “riflessione sulla plasticità”: Parreno e Gordon non sono affatto interessati alla narrazione di un evento sportivo più o meno importante, ma mettono in luce, attraverso delle immagini assolutamente curate dal punto di vista estetico, accompagnate da una colonna sonora malinconica ma incredibilmente adatta (firmata dal gruppo scozzese Mogwai), la dimensione espressiva di uno sportivo, attraverso i suoi gesti, i movimenti del corpo, le espressioni del viso.

Attraverso l’imponente montaggio delle immagini filmate durante i 90 minuti della partita Real Madrid-Villareal da 17 telecamere, durato quasi nove mesi, quello che in origine poteva essere considerato come un documentario, diventa un ritratto. Ed è proprio il ritratto che è al centro delle riflessioni dei due cineasti-artisti.

Le immagini raccolte in questo film si scontrano con quelle diffuse dalle televisioni di tutto il mondo in occasione delle partite di calcio. Dal mio punto di vista puramente personale, direi quasi che Gordon e Parreno guardano con ironia a questo prodotto della televisione e ne propongono un altro che assomiglia molto più ad un video di arte contemporanea che ad un film vero e proprio, molto più fruibile in un museo piuttosto che in una sala (ma della fruizione di un video di arte contemporanea ci sarebbe da discutere a lungo e non è questa la sede). Cosa significa quindi “un ritratto del XXI° secolo”?

Qui i due artisti propongono una figura popolarissima (e molto amata in Francia) al centro della loro riflessione, come se nella Francia del Settecento si fosse scelto di ritrarre la regina Antonietta. Tralasciando il discorso sulla rappresentazione del potere, si tratta quindi di proporre un modello di ritratto di un personaggio pubblico conosciuto per la sua professione, che nella fattispecie è il calciatore. Quindi si tratta di un ritratto in movimento, fatto principalmente di grandi primi piani del viso e dei dettagli. L’abbondanza di primi piani, senza ricorrere alle riprese in soggettiva, favorisce inoltre l’identificazione dello spettatore nel personaggio. Viene quindi costruito un personaggio a tutto tondo che costituisce un “modello” a cui ispirarsi per la costruzione di una ritrattistica del futuro.

Si tratta di una proposta, forse anche un po’ provocatoria per la scelta del personaggio e la presentazione del film all’interno di una cerchia molto “intellettuale” (che, specialmente in Francia, disdegna il calcio-spettacolo), che può essere seguita o disattesa, ma quel che è certo è che questo ritratto dialoga in maniera aperta con gli stilemi della televisione di massa cui quotidianamente siamo abituati a fare i conti, specialmente riguardo alle immagini sportive.

Francesco Vezzoli, a ciascuno la sua verità

E’ stato il primo artista, insieme a Giuseppe Penone, ad entrare nel Padiglione Italia, alla 52° Biennale di Venezia nel 2007. Francesco Vezzoli è una vera e propria star dell’arte contemporanea mondiale, è nato a Brescia 39 anni fa e vive a Milano. Il tema centrale della sua ricerca è, fin dagli esordi, l’analisi dei mezzi di comunicazione di massa, in particolare la televisione e il cinema, e la riproposizione del loro linguaggio nell’ambito di opere video accuratamente ricostruite. Le star hollywoodiane, i personaggi del mondo dello spettacolo e le icone dello star system sono spesso al centro dei video dell’artista bresciano, da Catherine Deneuve, a Bianca Jagger, Helen Mirren, Milla Jovovich, Courtney Love, Veruschka, Marianne Faithfull, Cate Blanchett. Nella doppia proiezione presentata alla Biennale di Venezia di tre anni fa, intitolata Democrazy, l’artista ha ricostruito una vera e propria campagna elettorale, fatta di duelli televisivi e servizi giornalistici, interviste ed interventi, tra due concorrenti alla Casa Bianca (l’anno successivo, il 2008, sarebbe stato l’anno delle elezioni americane): Patricia Hill interpretata da Sharon Stone e Patrick Hill dal filosofo francese Bernard-Henri Lévy. Per realizzare questo video, Vezzoli si è servito della collaborazione di due team di professionisti della comunicazione politica americana, capitanati da una parte da Mark McKinnon (primo consigliere della campagna elettorale di Bush nel 2004) e dall’altra da Bill Knapp (portavoce di Bill Clinton nella corsa alla Casa Bianca del 1996). Questo tipo di lavoro, come il recente “La nuova dolce vita” presentato al Jeu de Paume in occasione della mostra su Federico Fellini, fa riflettere sul ruolo della pubblicità nella percezione che abbiamo della realtà. La mostra presentata a Parigi, il cui titolo completo è “La Nuova Dolce Vita: Social Life and the Imperial Age. From Poppaea to Anita Ekberg” è fatta di materiale pubblicitario e di immagini di cellulosa in cui una protagonista del cinema contemporaneo, Eva Mendes, interpreta le icone dell’arte romana dall’epoca imperiale al cinema felliniano. L’insieme è così sapientemente costruito, sfruttando tutti gli stilemi della comunicazione visiva museale, che crediamo per un attimo di poter davvero visitare la mostra. E invece questa non è che una bolla di sapone che si dissolve alla fine del percorso, è una mostra che non ha veramente luogo, in cui siamo invitati a stare a distanza. L’equivoco tra verità pubblica e verità dei media è ribadita anche in Democrazy, in cui si aggiunge un’ulteriore riflessione sul ruolo che le strategie delle comunicazione elettorale hanno nello stravolgimento della realtà fattiva, mostrando in realtà una visione del mondo e della democrazia (quella dei due candidati) che di democratico ha veramente ben poco.

Steve McQueen – video reality

Reality. Ma non nel senso che state pensando. Ma reality come verità. Di quella nuda e cruda. In video. Chi ha visitato la sua ultima personale in Italia, andata in scena nel 2005 alla Fondazione Prada di Milano, non avrà di certo scordato il video Western Deep, in cui Steve McQueen aveva ripreso con una super8 attimi di vita dei minatori della miniera d’oro più profonda del mondo (in Sudafrica), in una sequenza di immagini forti, rese ancora più incisive dall’assenza di parlato. Quest’anno, nel padiglione nazionale inglese, Steve McQueen ha presentato un video di tutt’altro respiro: Giardini, ambientato nei luoghi della Biennale quando la manifestazione si è conclusa e i luoghi, spettrali, sono colmi di immondizia e percorsi da cani neri e personaggi bizzarri. In entrambi i casi, McQueen privilegia riprese essenziali e momenti scelti casualmente, due elementi che danno allo spettatore l’impressione di trovarsi di fronte alla realtà e non all’illusione filmica.

Nel suo primo film a distribuzione cinematografica (Hunger) vincitore della Caméra d’Or al 61° Festival di Cannes (2008), l’artista inglese racconta la “blanket and dirty protest”dei detenuti politici nella prigione di Long Kash e il dramma dello sciopero della fame dell’attivista dell’IRA Bobby Sands, nel 1981.

Anche in questo film (che però non ho ancora avuto il piacere di vedere), il linguaggio di McQueen rimane essenziale e drammatico, non esprime alcun giudizio sui personaggi e la vicenda, ma induce lo spettatore ad una reazione forte.
Concludo questo breve post con le parole dell’artista, che spiegano il suo approccio alla realtà e alla macchina da presa: “Dopo molte ricerche, ho fatto video nelle più svariate locations, a partire da sotto al mio letto, fino alla miniera più profonda del mondo, in Sudafrica”.

Per ripercorrere la sua mostra personale alla Fondazione Prada, visitate il sito internet della fondazione.

Su youtube potete seguire una breve intervista dell’artista sul suo ultimo lavoro alla Biennale. La embeddiamo di seguito.

Qui potete leggere qualcosa di più sull’ultima videoinstallazione a Venezia e seguire ancora una volta la voce dell’artista. Infine, sul sito della Tate Modern trovate altre informazioni sulla sua carriera.